RECENSIONE DOPPIA: Vae Victis! Roma davanti alla sconfitta (Mathieu Engerbeaud) + Il potere del mito (Limes, ed. Febbraio 2020)

Talvolta associare due opere ci permette di riflettere e di ragionare su tematiche complesse in modo migliore.

È quello che vi proponiamo con questa “recensione doppia”: due volumi da leggersi “in contemporanea”, per chiarirsi le idee su una questione di non poco conto: quanto incide il “mito” nella costruzione di una nazione, di un impero, di uno stato?

Si può partire dai fondamentali, con il volume di Mathieu Engerbeaud su come il racconto della storia di Roma, effettuata dagli storici del periodo imperiale, abbia trattato il tema delle sconfitte militari (ricordate le interrogazioni alle medie sulle Forche Caudine o sulle oche del Campidoglio?).

Un’analisi accurata, talvolta quasi pedante, che ci prende per mano e ci porta a conclusioni che possono apparire incredibili: anche la sconfitta militare può contribuire alla costruzione di un mito politico imperiale basato sulla grandezza e l’invincibilità.

Il quaderno di Limes ci porta ai giorni nostri, nel senso di età contemporanea, affrontando lo stesso tema: il mito.

Ogni comunità, che aspiri ad assumere un ruolo centrale sullo scacchiere geopolitico mondiale, plasma la propria identità secondo una precisa idea di se stessa, un determinato racconto. A tal fine, le collettività adattano le proprie tradizioni, saldandole nella memoria, organizzando e razionalizzandone il culto. Le maggiori potenze sono tali perché curano il fondamento mitico della loro identità per farsi soggetti geopolitici. Creano il mito per trarne il proprio scopo, la propria strategia. Usano la storia per proiettarvisi dentro. L’auto-legittimazione del proprio credo diviene così metro per misurarne il progresso o il declino. Questi i temi del numero di Limes.

Buona lettura abbinata!

Disponibili presso la biblioteca del Centro Eirene.

RECENSIONE: Il turco alla porta (LIMES)

Ed. Luglio 2020

Questo numero di Limes è incentrato sulla strategia imperiale della Turchia e sul suo impatto sugli interessi nazionali dell’Italia.

Infatti, oggi la Turchia sta provando a recuperare una dimensione persa con la fine dell’Impero ottomano a seguito della Prima guerra mondiale.

Questo “ritorno di potenza” passa innanzitutto attraverso la proiezione marittima nel Mediterraneo orientale e nel Levante.

Dietro al disegno strategico perseguito attualmente da Ankara c’è la teoria della “Mavi Vatan”, la “Patria Blu”, concepita dall’ammiraglio Cem Gürdeniz (intervistato in questo numero) e fondata sulla riconquista del mare.

Una “riconquista” che ha avuto un’accelerazione in questi mesi, grazie all’accordo sulla delimitazione della ZEE marittima tra Turchia e governo libico, accordo che è uno dei “ritorni” avuti da Ankara per il suo appoggio militare al governo di Tripoli.

Le conseguenze di questo atteggiamento neo-ottomano da parte della Turchia si sono viste in questi mesi: dal confronto “hard” con le marine militari francese e greca, all’ipotesi sempre più concreta di una base militare navale turca in territorio libico.

Dimensione che trova lungo tutto il periplo mediterraneo-levantino più nemici che alleati.

All’Italia il compito di capire il modo di pensare e fare i conti con il modo di agire turco.

Dai Balcani al Nord Africa, il nostro paese negli ultimi decenni ha perso il proprio estero vicino e ha oggi una proiezione di potenza pressoché nulla. Nel numero si ripercorrono le tappe di questa disfatta e si riflette sulla forma che prenderebbe un eventuale compromesso con Ankara, soprattutto in Libia.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene.

RECENSIONE: Venezia, offensiva in Italia (Federico Moro)

Può un saggio storico essere “avvincente”?

Sì, può accadere, e questo volume ne è la prova provata.

Preparatevi a un percorso, degno di una spy story di Le Carré, attraverso i conflitti tra le varie signorie italiane, il  papato, i regni spagnolo e francese, l’espansione ottomana, il Sacro Romano Impero che si appresta a divenire Impero austriaco.

Il periodo storico è dei più complessi: la pace di Torino, che mette fine alla guerra di Chioggia nel 1381, vede Venezia in ginocchio: è stremata sotto il profilo umano, finanziario e militare e ha dovuto subire gravi amputazioni territoriali.

Lo Stato da mar, però, le è rimasto fedele. In breve, la Repubblica recupera forza economica e politica. Nel 1402, la simultanea scomparsa del padisa ottomano, Bayazed I, e del duca di Milano, Gian Galeazzo Visconti, le offre un’incredibile opportunità: può diventare egemone sia nel Levante che in Italia, evento in grado di trasformarla nell’unica superpotenza mediterranea.

Sono le premesse di un secolo di conflitti durante i quali la Serenissima conquista Veneto e Friuli, si espande in Lombardia, Trentino, Romagna, Puglia, valle dell’Arno e sembra poter unificare la penisola. Un obiettivo che Venezia fallisce, per miopia politica e forse per eccessiva attenzione agli “sghei” cumulabili nell’immediato.

L’insuccesso, proprio mentre l’Impero Ottomano è in pieno sviluppo, scatena il primo grande conflitto europeo del Cinquecento, la guerra della lega di Cambrai. Allora sarà Venezia nella tempesta.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene.

RECENSIONE: I dieci millenni dimenticati che hanno cambiato la storia (Jean-Paul Demoule)

Per il 99% della sua storia, la specie umana ha cacciato, pescato e raccolto.

È giusto da “ieri”, dodicimila anni fa, che gli uomini, poche centinaia di migliaia di nomadi, isolati in piccoli gruppi, “inventano” l’agricoltura, l’allevamento e l’arte.

Ora stiamo per diventare nove miliardi e quasi tutti sedentari.

La società che abbiamo costruito è oggi molto diseguale, poiché circa 1,1% possiede la metà della ricchezza mondiale.

Come siamo arrivati fin qui? Cosa è successo in questi dieci millenni, troppo spesso assenti nel nostro bagaglio culturale?

Grazie ad agricoltura e allevamento, la popolazione umana è cresciuta rapidamente, ha preso il controllo del pianeta e ha eliminato un gran numero di specie biologiche.

La continua espansione demografica ha portato alla creazione delle prime città, dei primi Stati e, infine, della scrittura e della storia.

Questa “rivoluzione neolitica” ha visto l’introduzione di pratiche che esistono ancora oggi: lavoro, guerra e religione.

Ma i nostri antenati neolitici erano consapevoli delle contraddizioni che stavano crescendo insieme a loro? Ed è vero che questi cambiamenti sono sempre stati ben accetti dalle popolazioni neolitiche?

Jean-Paul Demoule, archeologo e appassionato divulgatore, propone una nuova visione della preistoria e della nostra relazione con il mondo così com’è, o come potrebbe essere, descrivendo nel dettaglio, ma senza annoiare il lettore, le scoperte archeologiche meno conosciute.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene

RECENSIONE: Geopolitica dell’Impero romano (Yann Le Bohec)

L’Impero romano aveva una sensibilità geopolitica? Ovvero in qualche modo “programmò” la sua espansione e il suo mantenimento sulla base di scelte strategiche, derivanti dal territorio e dai confinanti, oppure spesso e volentieri adottò scelte pragmatiche e derivanti da scelte politiche cogenti?

E infine come fu possibile la costruzione e il mantenimento secolare di un impero che annoverava popoli diversissimi, frontiere estese lungo 17.000 chilometri, e la cui sicurezza era fornita solo da una trentina di legioni che, con i loro ausiliari, arrivavano appena a 250.000 uomini?

Quest’opera analizza le condizioni politiche, militari, economiche e ideologiche che permisero a una piccola città del Lazio d’imporsi all’Italia e all’intero bacino del Mediterraneo.

Lo studio consente di comprendere come, secolo dopo secolo, il pragmatismo di generali e imperatori permise loro di impiegare al meglio i mezzi di cui disponevano e di sfruttare le più varie condizioni geografiche che si presentarono sui diversi scenari, assicurando l’espansione e la difesa territoriale.

Dalle guerre puniche alle invasioni barbariche, passando per gli scontri contro Germani o Persiani, e per la difesa degli pseudo-limes, quest’opera ci offre un’appassionante percorso di scoperta delle ragioni che permisero a Roma di imporsi al mondo conosciuto.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene.

RECENSIONE: Agrippa, il braccio destro di Augusto (Lindsay Powell)

Per chi visita Roma, un giro in giro al Pantheon è atto dovuto: potrà così ammirare il monumento costruito dall’imperatore Adriano, intorno al 120 D.C., e notare che sul frontone vi è la scritta «Marcus Agrippa, Lucii filius, consul tertium fecit», ovvero «Lo costruì Marco Agrippa, figlio di Lucio, console per la terza volta».

Ma come, non l’ha edificato Adriano? Certamente, ma il Pantheon originario, una struttura ben diversa da quella che visitiamo oggi, fu edificato nel 27 A.C. (ovvero 150 anni prima dell’edificio adrianeo) da questo per certi versi oscuro personaggio.

Oscuro, eppure un imperatore, 150 anni dopo, ritenne opportuno ricordare che l’idea originaria non era sua, bensì di questo cittadino romano, oltretutto di origini abbastanza modeste.

Chi era Marco Agrippa?

Marco Agrippa fu la personificazione dell’espressione “braccio destro”.

Come uomo di fiducia, e intimo amico, di Augusto condusse guerre, pacificò province, adornò Roma e giocò un ruolo cruciale nello stabilire la Pax Romana dei successivi due secoli: tutto ciò nella consapevolezza che non avrebbe mai governato di persona.

Per secoli gli storici si sono interrogati sulla sua apparente mancanza di ambizione, sul rapporto di amicizia che dalla giovinezza lo legò a Caio Ottavio, nipote di Cesare.

Già dalla lotta contro i cesaricidi Agrippa si rivelò necessario per la vendetta di Ottaviano, acquisendo la reputazione di ottimo ammiraglio nella lotta contro Sesto Pompeo e nell’epica battaglia di Azio, che segnò la fine di Marco Antonio e Cleopatra nel 31 a.C. Condusse le legioni nel Bosforo Cimmerio, in Gallia e in Illiria.

Sempre in Gallia, Agrippa estese la rete viaria abbozzata da Cesare, in Giudea consolidò i rapporti con Erode e stabilizzò la regione. Si occupò del restauro di Roma e di vitali opere pubbliche.

Agrippa fu insomma un alter ego dell’imperatore, che gli diede in sposa la figlia Giulia e adottò i tre figli della coppia, sperando di farne eredi al trono.

La morte precoce di Agrippa il 12 d.C. privò Augusto del suo miglior collaboratore, ma il sangue di Agrippa continuò a scorrere nelle vene di esponenti della dinastia più ambiziosi, come Caligola e Nerone.

Ammiraglio, generale, diplomatico, urbanista, fine politico: Agrippa è un personaggio di cui vale la pena conoscere la vita.

Unico neo dell’opera: armatevi di santa pazienza nella lettura… Chi si è occupato della traduzione in italiano ha fatto un pessimo lavoro.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene.

RECENSIONE: La rivoluzione sotto assedio, storia militare della guerra civile russa, 1917-1918, volume 1 (Francesco Dei)

Alcune settimane fa abbiamo recensito il volume secondo di questa opera.

Ora prendiamo la macchina del tempo e facciamo un balzo indietro di alcuni anni: 1917.

“Rossi” contro “Bianchi”, bolscevichi opposti alle forze controrivoluzionarie sostenute da Francia, Giappone, Gran Bretagna, Stati Uniti d’America e Regno d’Italia. Mentre le potenze mondiali si disputano il predominio del continente europeo, in Russia il vecchio e il nuovo si fronteggiano in una lotta fratricida.

Mentre in tutto il pianeta continua l’ecatombe del primo conflitto mondiale, nella Russia che fu degli zar si scatena una guerra “diversa”, civile e politica, e pertanto, come testimoniano gli stessi protagonisti, ancora più feroce di quella che prosegue nelle trincee di tutta Europa.

Le potenze che stanno combattendo la guerra mondiale talvolta osservano quanto accade nell’immensa Russia, talvolta intervengono, ma sempre in una logica riconducibile e inscrivibile al conflitto mondiale.

Per i russi la faccenda è diversa: bianchi, rossi (ma anche verdi e neri, c’erano pure loro) si combattono ferocemente, talvolta anche all’interno dei rispettivi schieramenti.

Il lavoro di Francesco Dei rappresenta uno dei primi studi in lingua italiana che ricostruisce nel dettaglio le fasi salienti della guerra civile russa, un evento epocale che cambiò per sempre le sorti geo-politiche d’Europa. Accompagnati da un’ampia sezione con mappe e ricostruzioni delle strategie militari, i due volumi – frutto di anni di studi, ricerche e viaggi in Russia – sono uno strumento essenziale per inquadrare gli avvenimenti che ebbero luogo nel periodo successivo alla Rivoluzione d’Ottobre.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene.

RECENSIONE: Marengo 1800 (Terry Crowdy)

La battaglia di Marengo fu la prima combattuta da Napoleone Bonaparte come capo dello Stato francese, e fu l’incipit bellico che l’avrebbe portato a essere, nel giro di pochi anni, l’imperatore dei francesi.

Benché relativamente modesta rispetto agli apocalittici scontri che segnarono la fine della sua carriera, la natura della vittoria conferisce a Marengo uno status quasi leggendario, rafforzato negli anni a venire dalla propaganda napoleonica.

Fu una “vittoria per caso” o l’ennesima dimostrazione del genio militare napoleonico?

Il resoconto dettagliato della battaglia non dà risposta a questa domanda, anche se rafforza l’idea che il fatto d’arme in sé fu il risultato finale di una visione strategica, quella sì geniale, napoleonica, incentrata sull’attraversamento delle Alpi e sul “mettersi in mezzo” dell’armata francese tra esercito e terre elettive austriache.

Oltre allo svolgimento dello scontro e ai giorni immediatamente precedenti e successivi, con particolare attenzione rivolta ai protagonisti austriaci e alle loro rivalità, il saggio sviluppa l’analisi del ruolo svolto dall’enigmatica “spia di Marengo”, molto probabilmente un doppio agente italiano delle cui informazioni si avvalsero entrambi i contendenti, con risultati non sempre ottimali.

Anche ai tempi di Napoleone l’informazione e la conoscenza delle intenzioni del nemico erano importanti, ma allora come allora non sempre chi forniva tali notizie aveva interesse a dare un “particolare” taglio ai dati che vendeva.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene.

RECENSIONE: Manuale di studi strategici. Da Sun Tzu alle “guerre ibride” (Giampiero Giacomello e Gianmarco Badialetti)

ll volume è la nuova edizione aggiornata del Manuale di studi strategici pubblicato da Vitae Pensiero nel 2010 e più volte ristampato negli anni successivi. Che cos’è la strategia? Come si è sviluppato il pensiero strategico nella storia? Esistono alcuni principi immutabili della guerra? Che cosa sono le “nuove guerre”, i “conflitti asimmetrici” e le “guerre ibride”? E gli “studi strategici”? Domande come queste hanno attirato l’attenzione di molti brillanti studiosi.

Il volume è un buono strumento per il “neofita” o il curioso, che grazie a esso può iniziare a conoscere autori e studiosi , da Tucidide a Sun Tzu, da Machiavelli a Clausewitz, per arrivare ai contemporanei Liddell Hart, Kissinger, Luttwak e molti altri.

Ne risulta un agevole manuale – aggiornato con riflessioni sui più recenti sviluppi strategici in questa sua nuova edizione – rivolto nello specifico agli studenti di scienze politiche, relazioni internazionali, cooperazione e sviluppo e peace studies, ma che, più in generale, si dimostra utile a tutti coloro che sono interessati a capire i rapporti tra politica e logica di guerra, nella convinzione che in democrazia diventa fondamentale conoscere questi temi per poterne discutere apertamente.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene.

RECENSIONE: L’arte della guerra nel mondo contemporaneo (Rupert Smith)

“La guerra non esiste più”: con queste parole Rupert Smith non intende dire che nel mondo non si combatte più, bensì che la guerra come l’avevamo conosciuta fino a pochi decenni fa – la “guerra industriale” dove il trinomio stato-esercito-popolo dedicava tutte le sue energie per imporre la propria volontà all’avversario di turno – è stata sostituita da quella che egli chiama “guerra fra la gente”. Il campo di battaglia è oggi costituito dalle strade, dalle case e, soprattutto, dalla popolazione civile, come è avvenuto in Cecenia e Jugoslavia, in Medio Oriente e nel Ruanda.

Ostaggi da sfruttare, scudi umani da utilizzare senza scrupoli, bersagli da colpire, i civili sono obiettivi da conquistare.

Rupert Smith, giustamente, scrive di un nuovo “paradigma” bellico che ha minato la possibilità di uso efficace della forza da parte degli Stati.

Il saggio è interessante non solo per il percorso storico che l’autore propone a sostegno della sua tesi, ma anche e soprattutto perché è confermato dall’esperienza “sul campo” fatta da Rupert Smith durante una delle guerre della ex-Jugoslavia, e precisamente quella della Bosnia Erzegovina (ricordate l’assedio di Sarajevo da parte dei serbo-bosniaci?): una “guerra tra la gente” in cui l’autore ha ricoperto lo scomodo ruolo di comandante delle forze ONU in Bosnia, gestendo in prima persona il più contemporaneo modo di condurre un conflitto armato.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene.