RECENSIONE: Huế 1968 (Mark Bowden)

Alla battaglia di Huế non è mai stata accordata l’importanza che merita per comprendere il conflitto del Vietnam. L’offensiva del Tet, di cui la presa di Hue da parte di Vietnam del Nord e Vietcong fu la massima espressione militare, fu il punto di svolta per ciò che riguarda i “sentimenti” del fronte interno statunitense: dopo la battaglia di Hue negli USA non ci si domandò più come vincere la guerra in Vietnam, bensì su come andarsene dal Vietnam.

Il tutto in un quadro politico in cui, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, la popolazione statunitense iniziò a perdere fiducia nei propri leader, colpevoli di non aver raccontato la verità, a costo di sacrificare le vite di centinaia di marines americani. Un libro da leggere, tutto in un fiato.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene.

RECENSIONE: Il mondo nel 2019 in 200 mappe (Frank Tétart)

Questo è un atlante geopolitico, elaborato da un cittadino d’oltralpe, ovvero appartenente ad una cultura che sin dal periodo napoleonico comprese l’importanza di interpretare il mondo attraverso le mappe: la geografia come strumento di potenza.

Il tentativo dell’autore è ambizioso: fornire chiavi di lettura su come e dove il pianeta andrà, tramite un paio di centinaia di “cartine”, affiancate da un paio di paginette di descrizione.

In cinque capitoli e una quarantina di schede si affrontano le grandi sfide del 2019: dalla globalizzazione alla emergenza climatica, dall’equilibrio tra potenze alle posture economiche e politiche degli stati nelle varie aree del globo.

Insomma una buona “mappa” per iniziare a inquadrare varie e numerose problematiche, consapevoli della necessità di andare oltre una semplice infarinatura e di dover approfondire le singole questioni.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene.

RECENSIONE: Città in Guerra, l’inferno di cemento (Louis Di Marco)

Nel 1800 solo il 3 per cento della popolazione mondiale viveva nelle città, ma nel 2000 questa percentuale era salita a quasi il 50 per cento, e nel 2030 arriverà al 60 per cento.

Se a ciò aggiungiamo che questa impennata sarà ancora più evidente nelle nazioni con il più elevato incremento demografico, quindi in Africa e Asia, con conseguente aumento di ghetti, baraccopoli, periferie degradate, campi profughi, si giunge ad una sola conclusione: i combattimenti in ambiente urbano rischiano di diventare più frequenti di quelli in campo aperto.

Ciò significherà non solo un coinvolgimento diretto della popolazione civile, ma anche l’impiego di mezzi diversi da quelli delle armi, quali l’impatto di come tali conflitti saranno comunicati, dell’azione diplomatica, dell’intervento di organizzazioni non governative.

Il volume percorre i vari casi di episodi bellici condotti in ambiente urbano, partendo da Stalingrado per passare da Seul (1950) e Huè (1968), sino ad arrivare alla praticamente contemporanee battaglie di Groznyj in Cecenia, di Jenin in Palestina e Ramadi in Iraq.

Un percorso che evidenzia come le classiche tattiche militari attuate per il controllo di ambienti urbani sono solo parte di un più complesso intervento, fatto di relazioni con la popolazione, controllo del territorio, ripresa della normale vita “urbana”.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene.

RECENSIONE: Italia 1636, il sepolcro degli eserciti (Gregory Hanlon)

L’Italia, in particolare il Nord, è generalmente ritenuto un teatro secondario della Guerra dei Trenta Anni, che devastò l’intera Europa.

D’altra parte la Lombardia, ai tempi in buona parte sotto il controllo spagnolo, era uno dei motori economici europei dell’epoca, e quindi ritenuto molto interessante per la Francia ed il suo maggior alleato in loco, il Piemonte della dinastia Savoia.

Il volume analizza le cause e le conseguenze del maggior scontro militare sul territorio lombardo tra Francia e Spagna, ovvero la battaglia di Tornavento, un evento che confermò quanto si mormorava alla corte di Luigi XIII, ovverosia che l’Italia era “il sepolcro degli eserciti” francesi, e conseguentemente di ogni disegno di dominio e controllo d’oltralpe.

L’opera non si sofferma in via esclusiva sul fatto d’arme, bensì dedica alcuni capitoli ad aspetti “secondari” del conflitto, quali le conseguenze della guerra sulla popolazione civile, sul sistema produttivo del territorio interessato alle manovre dei vari reparti, sul meccanismo di arruolamento dell’epoca, sulla definizione delle prime “regole di guerra” tra i belligeranti, nonché ovviamente sulle alleanze politiche tra i vari stati e staterelli che costellavano la penisola italiana.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene.

RECENSIONE: 1943 Declino e caduta della Wehrmacht (Robert M. Citino)

Il 1943 fu l’anno horribilis della Wehrmacht. La sconfitta in Tunisia, lo sbarco alleato in Sicilia, la battaglia di Kursk, l’avanzata sovietica a Orel e, infine, lo sbarco a Salerno, furono eventi che segnalarono l’impossibilità, per le forze armate naziste, di vincere la guerra.

La Wehrmacht non stava difendendo la madrepatria, bensì stava combattendo per mantenere conquiste remote, conseguite con una brutale guerra di aggressione.

Eppure l’elite militare tedesco-prussiana, figlia di una cultura bellica basata sul concetto della guerra di movimento e sul principio che la forza di volontà del comandante può prevalere sulle condizioni avverse, fece un respiro profondo e sperò che con qualche accorgimento tattico ed un po’ di fortuna le sorti del conflitto non fossero segnate.

Il conflitto durò ancora due anni, e la responsabilità di ciò è da addebitarsi non solo alla “follia” hiitleriana, ma anche e soprattutto alla casta degli ufficiali prusso-tedeschi che non potevano neppure immaginare di perdere la guerra, perché ciò avrebbe significato far perdere senso e significato al loro gruppo di potere.

Come disse un generale tedesco alla vigilia dello sbarco alleato in Sicilia: “un immediato e temerario assalto verso il nemico, è questa la mia specialità”. E per eseguire questa “Totenritt”, questa cavalcata mortale, la fede doveva sostituire il pensiero razionale: bisognava insomma smettere di pensare.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene.

RECENSIONE: Ezio la nemesi di Attila (Ian Hughes)

Ezio è una delle figure più importanti della storia del tardo Impero Romano e le sue azioni hanno contribuito a mantenere l’integrità dell’Occidente negli anni del declino. Prima della sua carriera ai vertici dell’esercito romano, fu un semplice ostaggio tra i goti di Alarico e poi con Rua, re degli Unni: ciò gli consente di “studiare all’estero”, imparando a conoscere punti di forza e debolezze di questi popoli,ad apprendere le loro tattiche militari (da lui poi utilizzate in oltre venti anni di campagne), a capire le possibilità di allearsi ora ad una ora all’altra coalizione di tribù “barbare”.

Generale forte e stimato in un periodo di imperatori deboli e invischiati in lotte di palazzo, Ezio cerca di fermare il declino politico, militare ed economico dell’impero romano d’occidente: riconquisterà la Gallia, terrà a freno Vandali ed altri popoli barbarici in Spagna e Africa, sino a raggiungere il culmine della sua carriera militare con la sconfitta inflitta ad Attila ai Campi Cautalanici,

Tuttavia i successi militari non risolveranno i problemi reali dell’impero romano d’occidente, dovuti ad una crisi finanziaria derivante dal venir meno dell’entrate dei territori controllati dalle popolazioni barbariche da un lato, e dal rifiuto parallelo delle classi abbienti dell’impero di farsi carico delle spese necessarie per mantenere un esercito che ponesse un freno alle invasioni.

Il sogno di Ezio, ripristinare l’impero d’occidente, non sarà sconfitto dalla cavalleria unna guidata da Attila, ma dal mancato gettito fiscale…. Ed i paralleli con la contemporaneità sorgono spontanei.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene.

RECENSIONE: Vietnam in guerra (John Steinbeck)

John Steinbeck è conosciuto ai più come il cantore degli “okies” della grande depressione degli anni Trenta: la sua celebrazione del mondo agricolo e sociale statunitense (“Pian della Tortilla”, “Uomini e Topi” ed ovviamente “Furore”) lo portarono al Nobel per la letteratura nel 1962.
Meno conosciuta è la sua attività come giornalista e reporter d guerra: iniziata nel secondo conflitto mondiale, tra non poche difficoltà in quanto Steinbeck era stato targato come potenziale “comunista” dagli stati maggiori statunitensi, terminò nel Sud Est Asiatico, dove lo scrittore soggiornò per alcuni mesi, circa un anno prima della sua scomparsa nel 1968.

John Steinbeck non era “comunista”: apparteneva alla schiera dei sostenitori del New Deal, amico intimo di Roosvelt, Kennedy e Johnson, feroce critico del blocco sovietico prima e della Cina di Mao poi.
E’ questa sua visione politica che lo porta ad essere uno dei pochi intellettuali statunitensi che sostengono e approvano l’intervento in Vietnam, tanto da spingerlo ad accettare di raccontare questa guerra andando sul posto, come reporter del quotidiano “Newsday”.

I reportage di Steinbeck dal fronte vietnamita da un lato raccontano il coraggio e le virtù dei soldati americani impegnati nel terreno melmoso di un conflitto feroce, ma nel contempo pagano pegno allo stile dello scrittore, che affermava “Le cose io le conosco sempre vedendo, ascoltando, annusando, toccando”. E’ questo “annusare e toccare” che lo renderà consapevole del fatto che l’esercito statunitense in Vietnam è visto come invasore da chi vuole aiutare, e che quella guerra sarà difficile, se non impossibile, vincerla.
Steinbeck morirà circa un anno dopo il suo viaggio in Vietnam, non avrà il tempo di elaborare compiutamente quanto scriverà in una sua lettera: “Credimi, ti prego, se ti dico che se tornando in Vietnam potessi accorciare questa guerra anche solo di un’ora partirei con il primo volo, con un biglietto di sola andata”.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene.

RECENSIONE: Le origini del totalitarismo (Hanna Arendt)

Tre secoli di storia europea (dal XVII al XX secolo) la successione del potere nel vecchio continente (stati, nazioni, rivoluzioni, imperialismo, ceti sociali) e, in particolare, il ruolo trasversale della comunità ebraica, il popolo senza stato, fino ad arrivare agli incubi realizzati del nazismo e dello stalinismo che concretizzano il concetto di “regimi totalitari”.

Al contrario di altre forme di oppressione politica (dispotismo, dittatura o tirannide) il totalitarismo permea completamente la società, non accontentandosi di colpire l’opposizione o i nemici dichiarati, ebrei o rappresentanti delle classi in declino, creando un clima di terrore che può colpire chiunque in qualunque momento e parcellizzando la società in modo che nessuno possa sentirsi al sicuro.

La Arendt identifica la radice dei regimi totalitari nel concetto filosofico dell’idealismo, da cui deriva con rigida coerenza logica tutto il sistema sociale e politico. Se l’Idea è giusta tutta la realtà deve convergere nella stessa direzione, senza riguardi nemmeno per le classi dirigenti, le strutture militari e burocratiche che governano il paese, da cui le continue epurazioni.
Un testo fondamentale per comprendere le dinamiche del Novecento i cui riflessi ancora oggi aleggiano sulla società contemporanea.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene.

RECENSIONE: La guerra dello Yom Kippur (Simon Dunstan)

Il 6 ottobre 1973, uno dei giorni più sacri del calendario ebraico, due attacchi simultanei prendono di sorpresa lo stato di Israele.

Nell’arco di poche settimane Egitto e Siria tentano, con parziale successo, di riprendersi le terre conquistate da Israele durante la guerra dei sei giorni del 1967.

La guerra dello Yom Kippur rappresenta una svolta nella storia della guerra contemporanea per vari aspetti tecnici, quali ad esempio l’utilizzo di sistemi missilistici, da parte dei paesi arabi,  per contrastare la superiorità aerea e di mezzi corazzati israeliana.

Un conflitto che ha riconfermato quello che già si era visto qualche anno prima in Vietnam, con l’offensiva del Tet:  benché sia emerso chiaramente che al termine dello scontro militare vi era un vincitore (In Vietnam gli Stati Uniti, nel Sinai e nel Golan gli israeliani), la vittoria politica spetta a chi sul campo ha avuto la peggio.

Una dimostrazione del fatto che se la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi, la vittoria militare non porta automaticamente al raggiungimento degli obiettivi politici che  uno stato si prefigge.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene.

RECENSIONE: La febbre dell’Artico

Ed. Gennaio 2019

L’Artico non è più quel luogo misterioso e affascinante, sfondo ad avventure epiche di esploratori o di eroi salgariani. Come disse un ufficiale statunitense: “La maledetta cosa si sta sciogliendo”… c’è chi si preoccupa di ciò da un punto di vista ambientale, c’è chi pensa alle conseguenze per il destino del pianeta…. e chi più prosaicamente getta uno sguardo interessato alla trasformazione ambientale in atto, sognando nuove rotte commerciali e sfruttamento di immensi giacimenti di materie prime, ovvero preoccupandosi delle conseguenze sugli equilibri militari.

È la geo politica, bellezza! E tanto vale che approfondiamo il ragionamento pure noi, grazie a questa monografia di Limes.

Disponibile presso la biblioteca del Centro Eirene.